un progetto di Francesco Alberici
con la collaborazione di Astrid Casali, Ettore Iurilli, Enrico Baraldi
con Astrid Casali, Francesco Alberici
disegno luci Daniele Passeri
scene Alessandro Ratti
produzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione Teatro Piemonte Europa - Festival delle Colline Torinesi
in collaborazione con Murmuris, Olinda, Lab 121
spettacolo realizzato in collaborazione tra FESTIL e Teatro Contatto
Diario di un dolore è un lavoro di Francesco Alberici, regista, autore e attore Premio UBU 2021, che ragiona sulle rappresentazioni possibili del dolore rispetto alle intimità di ciascuno, tratto dall’omonimo libro di C. S. Lewis e dall’autoritratto di Franz Ecke, collaboratore della rivista Frigidaire.
Si può raccontare il proprio dolore senza il sospetto di star tradendo sé stessi e la propria intimità? Un regista chiede alla sua attrice di lavorare a una messa in scena che affronti il tema del dolore, a partire da Diario di un dolore di C.S. Lewis. Come si rappresenta il dolore e quali sono i limiti nella possibilità di raccontarlo? La propria biografia può diventare l’oggetto della messa in scena senza il rischio che venga usata a fini spettacolari? E come si fa a ripetere, sera dopo sera, la messa in scena di un dramma, non di finzione, ma reale? Staccandosi sempre più dal libro di Lewis, e dall’idea di metterlo in scena, emergono le domande che divengono il centro di un altro, inaspettato, spettacolo. Mentre il mondo ci invita a catturare e narrare momenti di felicità, scopriamo che abbiamo più che mai voglia di parlare di dolore.
“Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione.” C.S. Lewis inizia con queste parole il suo Diario di un dolore, indagine spietata e puntale di ciò che accade nel corpo e nella mente dello scrittore al momento della perdita dell’amata.
Questa breve lettura è stata la suggestione che mi ha definitivamente illuminato rispetto alla natura di questo progetto: negli ultimi due anni alcuni avvenimenti personali mi hanno portato a provare in maniera sempre più netta una sensazione di smarrimento continuo, una sensazione di irrealtà nei rapporti con gli altri, col tempo e con le cose.
La lucidità di Lewis nel descrivere i suoi moti d’animo, il crollo della fede, l’impossibilità di gestire la memoria del passato che continua ad affiorare alla morte della moglie, è spietata e commovente al tempo stesso. Questo libro, assieme a molti altri materiali di riferimento, ma in particolare questo libro, vuole essere il punto di partenza di un‘indagine sul funzionamento del dolore – dolore legato ad una perdita, a un senso di fallimento o a uno smarrimento di vita.
Le parole del neuropsichiatra Stefano Benzoni mi fanno sperare nel valore politico della scelta di affrontare un discorso – quello sul dolore – rimosso dal nostro lessico quotidiano: oggi non c’è un’epidemia di depressione tra i bambini, ma i dati segnalano un crescente disagio.
Io invito a interrogarci se questa “epidemia di infelicità” non sia invece un’“epidemia di felicità”, cioè una sorta di ingiunzione morale collettiva rispetto al mantra della felicità.
Francesco Alberici
Rassegna Stampa
DIARIO DI UN DOLORE E TRILOGIA DELLE MACCHINE: FRANCESCO ALBERICI E GIUSEPPE
STELLATO ALLE COLLINE TORINESI
Mario Bianchi, Krapp’s Last Post, 14.12.2022
OSPITI DELLA 27^ EDIZIONE DEL FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI, COME SEMPRE DIRETTO DA ISABELLA
LAGATTOLLA E SERGIO ARIOTTI
Al Festival delle Colline Torinesi, la cui edizione 2022 si è appena conclusa con un’ottima accoglienza da parte del pubblico, la curiosità di Isabella Lagattolla e Sergio Ariotti nell’esplorare tutte le possibili declinazioni in cui si esprime la teatralità ci ha sempre regalato spettacoli e performance assolutamente diversi tra loro, ma comunque intriganti.
Ne sono la prova i due spettacoli a cui abbiamo assistito nel nostro week-end trascorso quest’anno al festival, due proposte che più diverse tra loro, per senso e linguaggi utilizzati, non potrebbero essere: “Diario di un dolore” e “Trilogia delle macchine”.
“Diario di un dolore” di Francesco Alberici, in scena con Astrid Casali, anche collaboratrice del progetto insieme a Ettore Iurilli ed Enrico Baraldi, prende le mosse dall’omonimo libro di C. S. Lewis (lo stesso autore delle celebri “Cronache di Narnia”) per portare in scena tutte le possibili coniugazioni del dolore rispetto al nostro essere “umani”, alla nostra intimità, vissuta al cospetto dello sguardo degli altri che, come tutti noi del resto, hanno la sventura di poter soffrire.
E dunque, questo dolore lo possiamo mettere in scena? Possiamo fingerlo avendolo realmente vissuto, magari anni prima, trasportandolo in scena davanti allo sguardo di spettatori che pur non conosciamo? E che differenza vi potrà mai essere tra il dolore veramente vissuto e quello esibito?
Per proporre una versione di tali quesiti Alberici, uscendo dal libro di Lewis, più che sé stesso pone al centro dello spazio teatrale Astrid Casali con il suo dolore rispetto alla morte del padre, il famoso regista della Comuna Baires, Renzo Casali, una figura genitoriale con cui ha avuto spesso un rapporto conflittuale.
Citando anche uno dei capolavori di Anton Čechov, “Tre sorelle”, il cui inizio somiglia irrimediabilmente alla sua vicenda, Astrid racconta la telefonata che le annunciava la morte del padre, la stessa telefonata che, dopo un attimo, seguendo l’impostazione data allo spettacolo da Alberici, non esita a mettere in scena con tutti i
suoi silenzi, con tutti i suoi ripensamenti e, alla fine, con il pianto di allora.
Così il teatro si manifesta come possibilità di rappresentarlo, quel dolore, e nella replica che abbiamo visto trasmetterlo pure alla sorella, che tra il pubblico si asciuga le lacrime, riconoscendosi in quella situazione. Ma noi, che non abbiamo avuto quel padre, possiamo riconoscerci in quel dolore?
Alberici lascia la domanda aperta a diverse risposte, trasmettendoci soprattutto quel rapporto tra scena e vita che sta alla base del teatro e della sua missione.
“DIARIO DI UN DOLORE” DI FRANCESCO ALBERICI: IL SEGRETO DEL FARSI MALE
Matteo Columbo, illibraio.it, 25.10.2022
Un regista chiede alla sua attrice di lavorare a una messa in scena che affronti il tema del dolore, a partire da “Diario di un dolore” di C.S. Lewis. Come si rappresenta il dolore e quali sono i limiti nella possibilità di raccontarlo? Quello di Francesco Alberici è teatro di autofiction per nulla ombelicale, una messa a nudo originale di autentica pregnanza e misurata essenzialità. Si giunge così al nocciolo del dolore, che diventa azione, riflessione, racconto, epifania, festa tristissima e vera…
“Ti sei fatto male?“, chiede in sogno la nonna a Francesco – con tutta la condensazione, la pregnanza veggente, delle questioni oniriche, e quell’ambiguità verbale/esistenziale fra il dolore subito e quello autoinflitto che la domanda pur contiene. Lo fa di spalle al nipote, osservado la copertina di Frigidaire di Franz Ecke, autoritratto di un volto ammaccato, per buona parte fasciato, che lascia libero lo sguardo, esprimendo un sorriso sottile, enigmatico, ferito: mummia, Gioconda (tra)sfigurata, revenant, specchio e ossessione del personaggio/autore/regista, totem e icona che campeggia nella sua camera e si staglia in una scena essenziale, spoglia, interiore (incidentata e scomoda?), arredata di un tavolo di legno e due sedie, abitata, fra gioco e confessione, evocazione e domanda, necessità assoluta di mostrare e pudore del fuori campo, da Francesco Alberici (casual nero, maglietta con la silhouette dei Blues Brothers) e Astrid Casali (felpa con effige di lupo sul petto), che, con il contributo di ideazione e scrittura di Enrico Baraldi e Ettore Iurilli, portano sul palco, con i loro nomi propri e in panni quotidiani, Francesco e Astrid, il loro rapporto con il dolore, si potrebbe dire il segreto del dolore, o perlomeno fin dove ne riescono a dire. Il loro ri-attraversare il dolore, a teatro.
Non che il tema, importante e universale (da Montaigne a Shakespeare, fino a Checov, qui evocato, al centro del Canone Occidentale), quello del dolore, della recita del dolore, dell’esigenza di farsi narrazione ed espressione di questo “farsi male”, sia cosa nuova o inedita. Eppure il modo in cui questo spettacolo (prodotto da Scarti - Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione e TPE – Teatro Piemonte Europa), che prende le mosse e il titolo dalla notevole e struggentemente asciutta cronaca/elaborazione di un lutto in quattro quaderni Diario
di un dolore di C.S. Lewis (pubblicato in Italia da Adelphi), è concepito, costruito e restituito ne fa un oggetto speciale e specialmente riuscito.
Uno spettacolo di autofiction per nulla ombelicale e una messa a nudo originale di autentica pregnanza e misurata essenzialità, debitore felice e non derivativo – mi pare – del teatro di scavo di Deflorian/Tagliarini (che Alberici ha attraversato più volte, non ultimo mettendo in scena Chi ha ucciso mio padre) e di quello personalmente politico e tagliente di Milo Rau (della cui declinazione unica di mettere insieme processo
creativo e realtà, lavorazione ed emozione, finzione e crudezza, realismo e riflessione sul teatro si sente
molto la lezione).
Ecco che siamo accolti, come a un rito/festa, con vino e grissini (sabato 22 ottobre, nella seconda delle due repliche al Festival delle Colline Torinesi, nello spazio Off Topic), e trasportati, quasi per scherzo, e senza soluzione di continuità (quando esattamente inizia questo spettacolo?), a interrogarci, apparentemente in modo giocoso, sull’incipit stesso, e poi fin da subito sulla pietra d’inciampo (etimologicamente lo scandalo) del dolore, le sue recite, le sue scene, scenette, scene madri (e padri) e scenate: Astrid è (stata) una bimba che ha trasformato il capriccio in sublime strumento d’attenzione. In quella ferita simulata/esagerata c’è tutta una vocazione attoriale e l’essenza di un mestiere e di uno stare (un po’ male) al mondo.
Cresciuta in una famiglia che ha sempre vissuto sul confine labile fra palco e vita (il primo ricordo la madre che recita la morte in scena; il padre che prescrive il proprio funerale sul palco, pronunciando l’ingiunzione paradossale, e disattesa dalla figlia, di non versare lacrime), Astrid sa fin da piccola fingere. Ma, raccontandoci questa sua capacità, in un “come se” bambinesco, e con momenti comici (Bob Fosse, citato da Antonio Tagliarini in Sovrimpressioni: “Noi facciamo questo: prendiamo quello che fa male e lo trasformiamo in una gag”), comincia ad avvicinarsi gradualmente al nucleo indicibile e vero della sofferenza.
Ecco che attraverso ricordi (che senso ha ricordare?) e invenzioni di sana pianta, simulazioni e trucchi, prima ridendo, e quasi da fuori, poi lentamente sempre più al cuore, si giunge al nocciolo del dolore, che diventa azione, riflessione, racconto, epifania, festa tristissima e vera (come in una scena, sulle note post-punk dei Joy Division che ricostruisce questo paesaggio interiore con rara efficacia icastica, e che non spoilero). Forse silenzio.
Francesco, di fronte alla potenza archetipica della storia di perdita di Astrid, fa un passo indietro, anche se impossibile e vacuo pare ogni tentativo di graduatoria (anche solo drammaturgica) dei dolori, e il buio apparentemente senza causa della depressione aleggia come un’ombra per certi aspetti ancora più spietata, poiché incapace di darsi un qualche senso in forma di narrazione.
Il registro metateatrale, quello di autofinzione dichiarata, il fil rouge delle citazioni, non sono esercizi postmoderni, giochini d’assemblamento, collages narcisistici di maniera, ma sapiente costruzione di uno meccanismo- specchio rivelatore, in cui lo spettatore vede e vive infine il suo (personalissimo, indicibile) dolore, ché, come dice Astrid (riferendosi a Tre sorelle di Checov, ma viene in mente Amleto): “Il teatro è pieno di padri che muoiono però, quando il padre che muore è il tuo, è diverso“.
Difficile allontanarsi da questo spettacolo (sulle note di Immensità di Andrea Laszlo De Simone, il palco pulsante di una mancanza/presenza fortissima… Scrive Lewis: “La sua assenza è come il cielo: si stende sopra ogni cosa”) non avendo la sensazione profonda di aver toccato con grazia una materia vasta e incandescente, di aver vissuto/intuito un segreto scuro che alberga in ciascuno di noi.
FRANCESCO ALBERICI: DIARIO DI UN DOLORE PER ANDARE OLTRE LA SUA
IRRAPPRESENTABILITÀ
Marì Alberione, duels.it 21.10.2022
Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi nello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione. C.S. Lewis, Diario di un dolore
Al Festival delle Colline Torinesi il 21 e 22 ottobre va in scena Diario di un dolore di Francesco Alberici, prodotto da Scarti - Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione e TPE – Teatro Piemonte Europa. Lo spettacolo – tratto dall’omonimo libro di C.S. Lewis, che lo scrisse dopo la morte dell’amata moglie, e ispirato all’autoritratto di Franz Ecke, fondatore della rivista Frigidaire – ragiona sulle possibili rappresentazioni del dolore rispetto all’intimità di ciascuno. Ne abbiamo parlato con Francesco Alberici.
Come si può raccontare il dolore?
È una di quelle domande irrisolvibili nel senso che per fare questo progetto mi sono confrontato con cose che erano successe a me e con delle esperienze biografiche di Enrico Baraldi, Ettore Iurilli e Astrid Casali che sono le tre persone che hanno collaborato a questo spettacolo (Astrid è anche con me in scena). Ciascuno di loro ha raccontato delle esperienze, ma a un certo punto c’era un limite oltre il quale non si riusciva a parlare del dolore in sé perché è come se fosse irrapresentabile. La forza del dolore è legata all’impossibilità di raccontarlo, al fatto che c’è un nodo che non si riesce a sciogliere. Solo nel momento in cui il proprio dolore, tramite la propria storia, diventa un racconto che si può condividere con gli altri, in qualche modo lo si esorcizza, attraversandolo per poi, forse, a un certo punto uscirne. Ma il punto nodale è che nel momento in cui si prova un dolore, questo diventa un tutto che ti avvolge e dal quale non riesci a districarti. Questo è quello che abbiamo verificato assieme, ciascuno con i propri racconti, c’era un punto oltre il quale non si riusciva a dirlo, a raccontarlo, a trovare le parole per esprimere questo concetto. E proprio da qui nasce l’interesse di lavorare su un progetto del genere perché storicamente noi abbiamo una necessità di narrare il dolore, proprio per attraversarlo ed esorcizzarlo. Basta pensare alle prefiche dei funerali di cui parlava Ernesto De Martino, alla cerimonia del funerale, a tutti i segni del lutto (vestirsi di nero…) sono tutte modalità di narrazione di un qualcosa che è indicibile, tentativi di portar fuori il dolore e di condividerlo perché solo portandolo fuori e condividendolo è possibile attraversarlo.
Al Festival delle Colline Torinesi lo spettacolo ha una nuova veste.
Diario di un dolore ha debuttato due anni fa a Roma Europa però quest’estate lo abbiamo rilavorato perché a Roma era stato un po’ difficile soprattutto dato il contesto di mascherine, distanza, tamponi… C’era un’ansia fuori dal normale e nel frattempo è cambiato perché come diceva Kurt Vonnegut nell’introduzione di Cronosisma «Questo libro è come una zuppa con i pezzi migliori del pescato, il pescato è il libro che era prima, poi l’ho fatto a pezzi, ho preso i pezzi migliori, l’ho cucinato e ora ho fatto questo libro». La stessa cosa abbiamo fatto noi.
In scena tu e Astrid mantenete i vostri nomi e i vostri ruoli (registe a attrice).
Sì, siamo Francesco e Astrid. In qualche modo volevo parlare di un mio dolore, ma proprio perché non solo non mi era possibile raccontarlo, ma mi sembrava irrilevante rispetto ad altre storie, nello specifico rispetto a quella di Astrid che aveva una storia potentissima da raccontare per esprimere il proprio dolore, mi sono fatto da parte. Ed è successa questa stramba cosa, che però così stramba non è, che per riuscire a esprimere quello che non riuscivo a esprimere di me stesso, mi sono ancorato a un’altra storia, a quella di Astrid. E questo coincide con quel meccanismo per cui a volte piangere per il dolore degli altri è più fattibile, ci si sente più legittimati, si piange per un’altra storia, ma si sta piangendo anche per sé stessi in quel momento.
Puoi fare qualche esempio?
C’è un libro che mi ha emozionato tantissimo e che è stato un punto di partenza per questo progetto ed è Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère. È un romanzo che mi ha permesso di piangere tanto, per una storia che non era quella di Carrère, ma non era nemmeno la mia di lettore. Già nel titolo paradossale, in qualche modo acchiappa lo stesso concetto che tentiamo di acchiappare noi.
Nello spettacolo finzione e realtà si alternano…
Lo spettacolo si muove continuamente su un filo che è quello tra realtà e finzione perché Astrid all’inizio dichiara: «Io ho accettato di raccontare la mia storia su un palco, però ho chiesto come tutela che alcune cose venissero dette, che altre venissero sfumate e che altre ancora venissero inventate di sana pianta». Costruiamo quindi una struttura in parte di autofiction non come vezzo, ma prima di tutto per proteggere la persona che racconta e che legittimamente decide cosa raccontare, e poi per legittimare l’autore, ovvero io, a fare delle scelte che siano funzionali al racconto per cui posso aggiungere un dettaglio che riguarda me, oppure che mi sono inventato, ma che aiuta a trovare un grado di verità che potrei definire verità sensibile che è oltre la verità fattuale delle cose.
In scena campeggia l’autoritratto di Franz Ecke che rivendichi come fonte di ispirazione…
È forse l’unico elemento mio che c’è all’interno della storia di Astrid, è come una firma, è l’unica parte di me che ho voluto concedere. Potrei parlare per ore dell’autoritratto di Franz Ecke. Era la copertina di Frigidaire, ed è semplicemente il disegno di un tizio con delle bende. Quando ho visto per la prima volta quel ritratto – il cui poster mi sono comprato, incorniciato ed è sempre appeso in casa mia, in qualunque stanza finisca io ad abitare -, guardavo quel ritratto e lo sentivo come se fosse il mio autoritratto, funzionava come da specchio. Non conosco la storia che c’è dietro quell’autoritratto, però in qualche modo rappresentava fedelmente il modo in cui mi sentivo in un determinato momento della mia vita e questo mi ha sempre sorpreso perché è la forza dell’arte e della rappresentazione. Non so se è un autoritratto metaforico, espressione del suo dolore, se si è fatto male alla faccia, non ne ho idea, ma per me ha funzionato come opera nella quale proiettarmi e rivedermi, nella quale specchiarmi. Che è un po’ quello che speriamo accada con questo lavoro al pubblico che viene a vederci.
