lunedì 13 luglio

21:00

Teatri dei Fabbri

Trieste

Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano

Sutta Scupa

di Giuseppe Massa
diretto e interpretato da Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano
Collaborazione Artistica e Voce Simona Malato
Luci Cristian Zucaro
Tecnico Jean-Mathieu Marie
Una produzione BABEL con SUTTA SCUPA
Un ringraziamento speciale a Fabrizio Ferracane
per aver reso possibile questo incontro

La biglietteria sarà aperta anche un’ora prima di ogni replica, esclusivamente per lo spettacolo in corso.

lunedì 13 luglio

21:00

durata 60 min

Teatri dei Fabbri

Trieste

SINOSSI

Sala d’attesa di un’azienda. Due uomini disoccupati attendono. Da oltre vent’anni.
Aspettano un colloquio che potrebbe cambiare le loro vite. Trovare un lavoro. Almeno ad uno dei due. Ad accompagnarli, a scandire regole e speranze, c’è una Voce : una fata contemporanea che somiglia fin troppo a un’Intelligenza Artificiale, capace di stabilire tempi, possibilità, illusioni. Quelle di Giovanni e Vito sono due esistenze rimaste ai margini di una società che a discapito delle promesse di progresso ha prodotto solo stallo: e nonostante una delle regole imposte sia quella di non guardarsi indietro, loro ricordano. Ricordano per istinto, per necessità, forse per sopravvivere. Ed è proprio attraverso il ricordo che inizia la loro personale e laica Via Crucis.
Assaporiamo la sgradevolezza poetica dei loro silenzi, l'imbarazzo della costrizione. conosciamo le loro speranze, i loro disagi, la loro lingua — un palermitano ruvido e vivo, capace di custodire ciò che altrimenti non riuscirebbero a dire. Giovanni e Vito non conoscono la meta né la strada da percorrere, ma restano uniti, anche a costo di andare insieme verso territori sconosciuti. In quest’ attesa, i due protagonisti sono come attraversati dall’immaginario beckettiano, quei Vladimiro ed Estragone che portano con sé l’esperienza di vivere in un tempo sospeso e infinito: non offrono soluzioni, ma amplificanoo il senso di un’attesa che diventa condizione esistenziale.

NOTE DI REGIA

SUTTA SCUPA nasceva vent’anni fa come una creazione necessaria sull’attesa e sul precariato, intesa come condizione esistenziale di una generazione che si affacciava a prendersi il nuovo secolo. Era il 2006. Oggi, nel 2026 rimettiamo in scena quel testo non per celebrare un anniversario, ma provando a verificare se quel tempo sospeso sia o meno finito. Affrontarlo oggi implica un rischio: Il rischio di sentire sul proprio corpo il tempo che è passato, di percepire il testo come distante o, al contrario, di scoprirlo più attuale che mai. È un confronto diretto con il contesto storico in cui viviamo, profondamente trasformato rispetto agli inizi degli anni Duemila: allora il precariato appariva come una condizione temporanea, un attraversamento generazionale. Oggi è diventato normalità. Il lavoro instabile, la fragilità delle relazioni, l’erosione delle prospettive collettive hanno progressivamente ridefinito il modo di stare al mondo. Questo cambiamento incide sul modo di dire le parole, di abitare lo spazio, di costruire il ritmo della scena. La nuova messa in scena nasce da questa consapevolezza. Non cerca di proteggere il testo, ma di metterlo a rischio. Di lasciarlo esposto al tempo, alle trasformazioni dei corpi, alle traiettorie divergenti che noi stessi, registi e interpreti, abbiamo attraversato in questi vent’anni. In questo senso il lavoro diventa un confronto tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati, tra il desiderio di riconoscersi e l’impossibilità di farlo completamente.

Anche la presenza della Voce — che vent’anni fa appariva come una figura quasi fiabesca e insieme disturbante — assume oggi un significato radicalmente diverso. Quella Voce che regolava tempi, dettava regole, concedeva speranze o le negava, sembrava già allora anticipare qualcosa. Oggi somiglia in modo inquietante ai sistemi algoritmici e alle intelligenze artificiali che abitano la nostra quotidianità. Non è più una suggestione teatrale, ma una realtà concreta: una presenza invisibile che orienta scelte, stabilisce possibilità, ridefinisce il rapporto tra lavoro, identità e libertà. L’attesa diventa così anche attesa di una risposta che non dipende più dagli esseri umani. L’attesa, elemento centrale dello spettacolo, cambia natura. Non è più un’attesa proiettata verso un futuro possibile, ma una condizione permanente: 20 anni fa parlavamo di “un futuro verso il quale inesorabilmente ci stavamo avvicinando” oggi quel futuro é quasi un paesaggio esistenziale, non più l’attesa di una promessa ma una sospensione in un tempo che non si compie. Anche la vicinanza con l’immaginario beckettiano assume oggi un’altra tonalità: non si tratta più di condividere una speranza, ma di prendere atto che quella promessa non si realizzerà. Si continua ad attendere pur sapendo che non arriverà nulla, se non la fragile possibilità di restare umani.
La lingua palermitana resta uno degli elementi fondativi del lavoro. Non come segno identitario o colore locale, ma come gesto di resistenza. Una lingua concreta e poetica insieme, che permette ai personaggi di esprimere vulnerabilità, rabbia, dignità. SUTTASCUPA oggi non è la ripresa di uno spettacolo. È l’attraversamento di un tempo. È un tentativo di ascoltare come suonano, adesso, quelle parole.

Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano