SINOSSI
Di là dell’Arcadia prende forma come un coro di dodici storie che in un dialogo costante tra Mito e Presente, intreccia una trama di relazioni intorno al concetto di carta e alle sue molteplici declinazioni: progetti, contratti, leggi, passaporti, testi sacri, filosofici e teatrali. Ogni carta nasconde la realtà delle cose e dei corpi sotto il trucco del linguaggio. In questo paesaggio di astrazioni e dispositivi normativi, affiora a tratti l’eco di una voce femminile, residuo di un mondo lasciato “di là”, traccia di una memoria che resiste e che invita a immaginare un’altra possibilità. Oltre il confine di carta, il testo apre uno spazio di riflessione sull’Europa come comunità incompiuta, interrogando le sue contraddizioni storiche e contemporanee e aprendo alla possibilità di un’unione come processo perpetuo e non definitivo.
NOTA
Il testo procede per stratificazioni, accostando il mito fondativo d’Europa al presente, il linguaggio burocratico alla parola poetica. Questa struttura corale attraversa una pluralità di voci e tempi, componendo un paesaggio frammentato in cui il senso emerge per accumulo e risonanza, più che per sviluppo narrativo lineare.
In questo orizzonte, l’Europa appare non tanto come progetto politico o comunità ideale, ma come dispositivo capace di organizzare il rapporto tra corpo, linguaggio e territorio attraverso forme di controllo, classificazione e norma. La scena assume questa tensione come materia, senza illustrarla, ma cercando di disarticolarne i meccanismi.
La messa in scena si costruisce attorno a una frizione costante tra parola e corpo. Da un lato la “carta” — legge, documento, testo — come spazio di fissazione del senso; dall’altro il corpo come luogo instabile, eccedente, non interamente traducibile. Lo spazio scenico diventa così un campo di forze in cui il linguaggio tenta continuamente di nominare e organizzare il reale, senza mai esaurirlo.
In questa tensione si inserisce una pratica che lavora sull’informe, non come assenza di forma ma come processo che espone la forma al rischio, la apre, la rende attraversabile. È in questo spazio che affiora la traccia di una dimensione altra: un femminile che non si configura come identità ma come postura, capace di incrinare le strutture date. Non rappresentazione, ma pratica che attraversa e disarticola. L’Arcadia si manifesta allora come soglia: non luogo da raggiungere, ma tensione che orienta il lavoro, apertura verso ciò che eccede il linguaggio e le sue forme di controllo.
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(Jovana Malinarić e Simone Corso)

